Scheda Punto d'interesse

Palazzo dei Capitani

Sede del Comune dal 1400 al 1456, quindi residenza dei vari governatori, legati pontifici, prefetti, podestà che hanno fatto la storia della città. Il nome gli è dovuto perché il Palazzo è stato la sede dei Capitani del Popolo, l'onniponte magistratura di estrazione popolare della fine del Trecento. Il palazzo fu costruito in travertino verso la fine del XIII secolo, ampliando una più antica costruzione già pubblica ormai non più rispondente alle mutate condizioni politiche del tempo. Il popolo, forte delle sue corporazioni e reagendo contro i ricchi, gestori assoluti della passata cosa pubblica, era riuscito a costituirsi un suo governo con a capo un magistrato, detto capitano del popolo contrapposto al podestà, espressione invece del vecchio Comune aristocratico. Una iscrizione su travertino, murata a destra del portone d'ingresso, reca una data, 1393, con la notizia che capitano del popolo è Giacomo de Fortiguerra da Pistoia.

 

Il rifacimento della facciata posteriore, ad opera di Cola dell'Amatrice, ha dato inizio ad un ciclo di lavori che doveva dar nuovo volto al palazzo, inizialmente costituito da un pianterreno ed un piano superiore. La trasformazione, invece, è stata così profonda da far perdere quasi al fabbricato l'antica fisionomia d'arte medievale, comprese le merlature. Il palazzo ha subito gravi danni, soprattutto nella facciata anteriore, nell'incendio del 1535, fattovi appiccare dal commissario pontificio Quieti per snidare alcuni faziosi che vi si erano rinchiusi. Il fuoco, protrattosi per un'intera notte, mandò in fumo, tra l'altro, il copioso archivio comunale, comprendente antichi statuti, capitoli, deliberazioni, riforme, che tanta luce avrebbero potuto portare sull'Ascoli medievale. Nei nuovi lavori le finestre rettangolari, corniciate, sostituirono le ampie luci ad arco gotiche, trifore. La stessa facciata si allargò oltre la torre, incorporandola. Nel 1549, a perenne riconoscenza verso Papa Paolo III, che aveva ristabilito con la forza la pace tra le opposte fazioni ribelli e restituito agli Ascolani il possesso di undici castelli prima tolti, fu costruito un nuovo portale monumentale, su cui venne collocata una statua in travertino in suo onore.

 

Il fronte posteriore, a tre ordini stilistici, è del 1520 e porta la firma di Cola dell'Amatrice. La ridondanza delle cornici, le finestre pesanti e poderosamente frontonate, nonché la torbida ricerca dei contrasti violenti dei volumi non danno del Cola la migliore espressione d'arte.

All'interno del Palazzo è un cortile con stupendo porticato a logge in tre piani, del XVI secolo, su disegno dell'ascolano Camillo Merli.

Dopo un restauro durato anni, il Palazzo offre oggi un percorso archeologico di grande interesse. Consente di godere ininterrotte strutture sovrapposte appartenenti a vani abitativi del periodo repubblicano, ad ambienti dell'era imperiale pavimentati in opus signinum, in spicatum, in latericium contornati da muri con paramenti in opus reticulatum o in mixtum, a poderose forme medioevali costituite da blocchi squadrati e ciottoli di fiume sapientemente scelti. L'apertura di questa zona costituisce, nelle Marche, il primo esempio di area archeologica urbana musealizzata.
 

 

 

informazioni tratte da: http://www.rinascita.it/rinascita_web/pag_ascoli/pagine_tour/palazzo_dei_capitani.html

Autore: Bostrom

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Nelle Marche non è Natale senza fristingo  
Il dolce natalizio più diffuso è senz’altro questo vero e proprio trionfo di golosità a base di frutta secca, mosto e tanti altri ingredienti 

Fristingo, frustingo, frostengo, pistingo. E’ difficile trovare nel panorama gastronomico una ricetta che abbia un numero così elevato di nomi. Declinazioni diverse per indicare un dolce diffuso in gran parte delle Marche con origine certamente comune. Si tratta infatti di un dolce a base di frutta secca il cui nome deriva da “frusto”, ossia povero., anche se siamo di fronte a una straordinaria e azzeccatissima miscela di ingredienti. Dolce invernale legato alle feste natalizie (è raro trovare una famiglia soprattutto dove forte è il legame con la tradizione rurale, che non festeggia il Natale con il fristingo), unisce a farina integrale un repertorio di ingredienti che varia in ogni ricetta, dove non mancano noci, mandorle, fichi secchi, talvolta farina di mais, pane raffermo, cedro candito, succo d'arancia, scorza di limone, uva sultanina, olio d'oliva, cannella, rhum, cacao, caffè, vino bianco secco e mosto cotto. Molto simile è il bostrengo pesarese che arricchisce gli ingredienti anche il riso, mele e pere fresche.

 

Secondo Leonardo Bruni, autore del volume “Marche. Ricette raccontate”, un compendio della tradizione gastronomica marchigiana che cita con dovizia di particolari anche ricette meno note, le origini del frustingo risalirebbero addirittura al sec. XIII e nella nostra regione esisterebbero addirittura 22 modi diversi di preparare questo straordinario dolce che è sì un raro concentrato di calorie, ma anche una delizia per il palato. Inoltre è da sottolineare l’evoluzione verso la nobiltà gastronomica dal momento che da sorta di piatto di recupero realizzato utilizzando frutta secca, un tempo poco costosa perché abbondante in campagna, e altri ingredienti che avanzavano (farina, pane raffermo), il fristingo è oggi uno dei dolci più costosi proprio per l’elevato costo dei singoli ingredienti. Il fatto che lo zucchero nelle ricette originarie fosse presente in quantità minime (proprio perché eccessivamente costoso), conferma l’origine povera del fristingo.


Sempre Bruni cita cinque ricette esemplari del fristingo, una per ogni area delle Marche, mettendo in risalto similitudini e differenze. Nel Maceratese tutti gli ingredienti venivano mescolati in un caldaio e posti sul fuoco del camino finchè gli ingredienti non si riducevano a una pappa che veniva poi versata in una teglia unta con lo strutto e cosparsa di pangrattato, messa poi in forno per un’ora a 180°. Nel Fermano i fichi secchi venivano messi in acqua tiepida la sera precedente e il giorno successivo fatti sobbollire a fuoco basso per far ritirare tutta l’acqua in eccesso. I tempi di cottura in questo caso una volta mescolati gli ingredienti si riducono a 30 minuti. Nell’Ascolano i fichi venivano ammollati in acqua e vino, mentre l’uva sultanina nel mistrà, mentre la variante dell’antica ricetta prevede l’uso di fette di pane raffermo che venivano adagiata come base per ospitare l’impasto, cotto in forno a 180° per un’ora circa. La versione anconetana, oltre all’ammollo di fichi secchi e una passa, prevede la preparazione di una sorta di polenta con la farina alla quale mescolare successivamente tutti gli ingredienti previsti. Cottura a 180° per un’ora. La ricetta tradizionale delle Valli dell’Esino e del Misa prevede come variante la presenza di mele fresche che vengono affettate sottilmente e messe in ammollo con fichi secchi e uva sultanina.
 

informazioni tratte da: http://www.corriereproposte.it/index.php/article/articleview/6510/1/13/

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